Arcobaleno

Il fenomeno dell’uso di sostanze stupefacenti ha raggiunto una diffusione pressoché totale, incidendo sempre più a fondo entro le diverse fasce sociali e differenziandosi solo per l’aspetto della “scelta” della sostanza ma non nella sua diffusione. Tale situazione ha destato un notevole allarme sociale, dovuto sia alla consapevolezza degli effetti altamente nocivi dell’uso, che al sempre più evidente nesso causale intercorrente tra droga e criminalità.

Tutto ciò non poteva non influire anche sull’aspetto normativo. L’evoluzione della legge infatti è arrivata a porre l’attenzione anche sulla condizione sociale e sanitaria del tossicomane e, di conseguenza, sugli aspetti legati alla sua cura e assistenza. Se tutto ciò viene collegato a quanto sottolineato precedentemente, va da sé che la stretta connessione tra sostanze e criminalità ha come effetto “naturale” l’ingresso nel circuito penitenziario di un grande numero di tossicodipendenti. Nasce così l’esigenza di assicurare un intervento terapeutico socio-riabilitativo anche all’interno del carcere, in modo che la detenzione possa costituire non un semplice momento afflittivo, ma un’occasione per stimolare nell’individuo un processo di cambiamento dello stile di vita.

Nascita di Arcobaleno – Cenni storici. Ieri

“Arcobaleno” nasce nel 1992 quando, su mandato della direzione, si iniziano a fare dei colloqui per definire una selezione accurata tra tossicodipendenti e delinquenti comuni, presenti all’interno del penitenziario. Ciò per iniziare un intervento il più possibile specifico sul trattamento del tossicodipendente in carcere. Nasce così quasi “naturalmente” l’esigenza di fissare degli incontri e di definire spazi dove condividere un linguaggio comune e soprattutto condividere obiettivi miranti all’elaborazione dello stesso problema. Nell’agosto del 1992 viene individuata la quinta sezione del blocco C come base di partenza di un luogo ove sia possibile la convivenza di 40 detenuti tossicodipendenti.

Le tre regole fondamentali:

No droga
No alcool
No violenza fisica o verbale.

Di importanza fondamentale venne considerata la presenza di operatori all’interno della sezione. La grande evoluzione fu dunque quella di formare non semplicemente delle persone esterne che rispondessero a determinate caratteristiche, ma di poter usufruire di risorse disponibili immediatamente: gli agente di Polizia penitenziaria.

Tale selezione avvenne fra soggetti risultati particolarmente sensibili al progetto e disposti a lavorare in equipe, cercando di creare un clima favorevole al percorso terapeutico del detenuto. Ciò ha sempre rappresentato una sfida anche alla “decarcerizzazione” in cui il ruolo rappresentato (mediato dalla divisa) è sempre stato di forte impatto sul pregiudizio penitenziario. A queste figure in parallelo si formarono operatori di comunità di area “civile” che ben si integrarono nella composizione di un’equipè multidisciplinare.

Oggi

Quasi vent’anni dopo, grandi cambiamenti si sono realizzati all’interno della sezione a custodia attenuata “Arcobaleno”. Il più significativo riguarda l’applicazione della legge che ha previsto l’ingresso del Servizio Sanitario Nazionale nella gestione della salute in carcere. Considerato come servizio di tipo “sanitario”(e dunque rientrante nella disposizione di cui sopra), il progetto “arcobaleno” sta subendo profondi cambiamenti che, ancora in via d’attuazione, lasciano intendere una profonda riorganizzazione sia del progetto terapeutico che delle mansioni e dei ruoli degli operatori che partecipano al progetto. La nuova filosofia intende incidere sempre più profondamente nelle dinamiche che coinvolgono i detenuti tossicodipendenti allargando, dove possibile, le maglie di una rete che vede ormai coinvolte centinaia di soggetti tossicodipendenti..ma questa storia è ancora tutta da scrivere.