Detenuti e volontari insieme alla Via Crucis al padiglione Arcobaleno

1 Aprile 2015

Una Via Crucis tra le mura del carcere di Torino, lungo i corridoi, le sale e gli atri del padiglione E, più conosciuto come “Comunità Arcobaleno”. Qui c’è una comunità di recupero dalla tossicodipendenza, qui risiedono anche gli studenti-detenuti del Polo universitario, quelli che fanno parte della squadra di rugby del carcere e c’è anche una piccola sezione femminile. Venticinque detenuti, accompagnati da una trentina di volontari del gruppo “Sulle orme di Giulia” e un sacerdote sabato 28 marzo hanno percorso gli spazi interni della palazzina lungo cinque stazioni (condanna a morte di Gesù, Gesù caricato della croce, l’incontro con sua madre, l’aiuto del cireneo, la morte in croce) seguendo in assoluto raccoglimento una croce in legno realizzata dai carcerati che lavorano nella falegnameria interna.

Ad aiutare a immedesimarsi con il sacrificio di Cristo un coro che ha eseguito canti suggestivi della tradizione. Le stazioni, sottolineate dalle meditazioni di don Luigi Giussani e dal famosissimo brano poetico di Charles Peguy su Maria di fronte a suo Figlio che sale il Calvario, sono state commentate anche dai detenuti. “A me – ha letto uno di loro – non è successo di provare un simile supplemento di dolore come quello di Gesù di fronte a sua madre, perché nei momenti massimi del mio ludibrio ringraziavo Dio per la sua morte, per averle risparmiato questo. Eppure so che l’avevo vicina e che condivideva con me la sofferenza, con la forza che solo chi ha dato la vita può avere. Madre – ha aggiunto citando la liturgia – stai a noi vicina nell’ora della prova”.

“Col suo Figlio in croce – ha aggiunto un altro – Dio ha voluto far capire che la malvagità dell’uomo può portare solo alla distruzione di noi stessi. Se ci abbandoniamo a Dio saremo in grado di superare anche il dolore più forte e la sofferenza più atroce. Dobbiamo provare a fidarci di Dio come ha fatto Gesù salendo sulla Croce”. “Troppo spesso – ha commentato un altro detenuto - tendiamo a dimenticarci di questo sacrificio estremo e del suo significato, troppo presi a fronteggiare le piccole e grandi avversità di ogni giorno, talvolta anche ardue, certo, ostacoli che la vita ci pone dinnanzi da superare. Riflettendoci, tendo sovente a scoraggiarmi di fronte alle avversità, vedendo difficile il loro farvi fronte, ma se solo riuscissi ad interiorizzare nel profondo del mio animo il Suo sacrificio estremo, la sua enorme sofferenza patita nel portare la croce senza lamentarsi, allora sono convinto che anche i momenti più duri mi apparirebbero sotto una luce nuova e diversa, una luce di speranza, poiché sono fermamente convinto che nella Sua estrema bontà Egli non ci dia mai pesi che siano troppo grandi da essere sopportati, ma commisurati a ciò che ciascuno di noi è in grado di reggere”

A tutti i partecipanti è sembrato questo il luogo più adatto per fare una via Crucis. “Anche Papa Francesco nella visita al carcere Poggioreale di Napoli in riferimento al perdono, ha ricordato che il primo santo canonizzato nella Chiesa è stato un condannato a morte: San Disma, il buon Ladrone che ha ricevuto il perdono di Gesù, nonostante i suoi continui insulti. Il Papa, rivolgendosi alla società ha detto che bisogna essere misericordiosi verso il prossimo poiché: “La mancata accoglienza dei detenuti è una delle crudeltà più grandi della nostra società”.